Armilla Ensemble

Valentina Valente, Claudia Ravetto, Anna Barbero Beerwald
Armilla Ensemble - Valente, Ravetto, Barbero Beerwald

Tre donne formano il nucleo di Armilla. A loro si aggiungono musiciste diverse a seconda dei progetti che il trio costruisce, spinto dalla continua sete intellettuale, nei quali sceglie di impegnarsi.

Il repertorio – potenzialmente inesauribile – attraversa innumerevoli regioni del mondo ed è a suo agio in una babele di lingue, e comprende inediti, brani di compositrici e compositori viventi, o musiche scritte o trascritte appositamente per il trio.

Armilla Ensemble è una creatura multiforme, che muta e s’adatta come l’acqua. Sapientemente. 

Armilla Ensemble è:

Valentina Valente, soprano
Claudia Ravetto, violoncello
Anna Barbero Beerwald, pianoforte

Il circolo virtuoso

Un moto che naturalmente tende alla circolarità, quello di Armilla. Qualunque sia il luogo di partenza, la via che compie punta a tornarvi, a chiudere il cerchio. Per sottile che sia. 

Le coordinate che definiscono il viaggio variano di continuo, sempre però mostrano le meccaniche celesti. Perché Armilla è anche lo strumento attraverso cui osservare, rimanere in ascolto. Di quei misteri cosmici ai quali si può rispondere con il silenzio o, qualche volta, con ciò che sta tra un punto di silenzio e il successivo. 

Nello stesso tempo Armilla è luogo d’arrivo, è città e creature che la abitano. Dove il senso di meraviglia prevale, sopra tutti gli altri sensi. 

Comprenderla appieno è impossibile, sfugge tra le dita come acqua, che non può essere imprigionata perché a lei spetta il compito di disciplinare il tempo. La ragione qui è sospesa. Si ha voglia di restare ancora, per vedere curiosi cosa succede. 

Le voci suadenti giungono, chiamano, inutile tapparsi le orecchie con le mani. La mente le registra. 

Com’è difficile conoscere ciò che sta dentro le persone. Ma se ne percepisce la tensione dell’una verso l’altra, a incontrarsi. A farsi unione, combinazione, a completarsi. L’esperienza di ciascuno, isolata per sua natura, non può che diventare collettiva: trama che copre chiunque, tessuto che avvolge, anello o bracciale che s’indossa per riconoscersi.

Schermata 2022-05-17 alle 20.30.37

I Concerti

“Se Armilla sia così perché incompiuta o perché demolita, se ci sia dietro un incantesimo o solo un capriccio, io lo ignoro. Fatto sta che non ha muri, né soffitti, né pavimenti: non ha nulla che la faccia sembrare una città, eccetto le tubature dell’acqua, che salgono verticali dove dovrebbero esserci le case e si diramano dove dovrebbero esserci i piani: una foresta di tubi che finiscono in rubinetti, docce, sifoni, troppo pieni. Contro il cielo biancheggia qualche lavabo o vasca da bagno o altra maiolica, come frutti tardivi rimasti appesi ai rami. Si direbbe che gli idraulici abbiano compiuto il loro lavoro e se ne siano andati prima dell’arrivo dei muratori; oppure che i loro impianti, indistruttibili, abbiano resistito a una catastrofe, terremoto o corrosione di termiti.
Abbandonata prima o dopo essere stata abitata, Armilla non può dirsi deserta. A qualsiasi ora, alzando gli occhi tra le tubature, non è raro scorgere una o molte giovani donne, snelle, non alte di statura, che si crogiolano nelle vasche da bagno, che si inarcano sotto le docce sospese sul vuoto, che fanno abluzioni, o che s’asciugano, o che si profumano, o che si pettinano i lunghi capelli allo specchio. Nel sole brillano i fili d’acqua sventagliati dalle docce, i getti dei rubinetti, gli zampilli, gli schizzi, la schiuma delle spugne.
La spiegazione cui sono arrivato è questa: dei corsi d’acqua incanalati nelle tubature d’Armilla sono rimaste padrone ninfe
e naiadi. Abituate a risalire le vene sotterranee, è stato loro facile inoltrarsi nel nuovo regno acquatico, sgorgare da fonti moltiplicate, trovare nuovi specchi, nuovi giochi, nuovi modi di godere dell’acqua. Può darsi che la loro invasione abbia scacciato gli uomini, o può darsi che Armilla sia stata costruita dagli uomini come un dono votivo per ingraziarsi le ninfe offese per la manomissione delle acque. Comunque, adesso sembrano contente, queste donnine: al mattino si sentono cantare.”

Da “Le città invisibili” di Italo Calvino, Einaudi, Torino 1972

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Text © Francesca Valente