Per trovare un nome alla loro creatura sono ricorsi a una definizione di Susanne Langer e l'hanno chiamata Analogon così per cristallizzare il punto d’incontro tra la parola e la musica. Questo dieci anni fa. Nel frattempo la casa editrice ha mosso le sue gambe e imparato a camminare nella selva editoriale del nostro Paese con le sue alte proposte in un’accezione ora puramente musicale (epicentro il Lied tedesco), ora storiografica, psicologica e letteraria.

Due teste, due cuori e quattro braccia in cabina di regia. Lei è Valentina Valente, soprano, studi di canto con il didatta Elio Battaglia e laurea in lingua e letteratura tedesca più un lungo curriculum che l’ha vista, tra l’altro, voce mozartiana in tre ruoli femminili ne Le Nozze di Figaro (Barbarina, Susanna e Contessa) poi ne Il Flauto Magico (Pamina) e quindi in Così Fan Tutte (Fiordiligi), interprete di Ksenija in un Boris Godunov di Musorgskij diretto da Claudio Abbado, tante arie da concerto, messe e Lieder ma, soprattutto (almeno per la fredda cronaca storica), prima italiana a dare corpo e voce alla Lulu di Alban Berg.

Lui è Erik Battaglia, figlio del baritono Elio Battaglia, pianista, compositore, insegnante e musicologo sul Lied tedesco, docente al conservatorio di Torino di musica vocale, concertista in prestigiose sale europee, autore di numerose registrazioni, una vita dedicata al Lieder tanto da aver curato nel 1999 a Perugia l’esecuzione di tutti i Lieder di Richard Strauss e dal 2011 (un work in progress che continuerà fino al 2020) la prima esecuzione integrale in Italia dei Lieder di Schubert per l’Unione Musicale di Torino, e da  creare proprio con Valentina un duo che si è fatto apprezzare in vari festival europei.”

L’aver ridato luce a una gemma oscura letteraria come Tutte Le Mattine del Mondo di Pascal Quignard è stata l’imperdibile occasione per conoscere più da vicino questo ensamble musicale/editoriale frutto di un’intelligenza e di un coraggio fuori dal comune che ancora ci aiuta a sentirci orgogliosi di appartenere al ceppo italico del talento umano applicato all’arte e alla cultura.

Nel 2007 l’idea di costituire una casa editrice che divulgasse soprattutto la grande musica. A distanza di dieci anni, che spazio è riuscita a conquistarsi Analogon?

(Erik Battaglia) «In particolare, l’idea era di creare una casa editrice di riferimento in Italia con un catalogo importante sul Lied tedesco: i pochi libri su questo argomento pubblicati negli anni passati nel nostro paese erano privi di rapporto con la grande tradizione europea di studi sul Lied. Grandi complessità filosofiche o ingenuità da tesi triennale non costruiscono una vera bibliografia. Da questo punto di vista, Analogon si ritaglia il piccolo spazio che copre quel vuoto.»

Perché sceglieste questo nome che rimanda a un’entità riflessa o comunque simile di una fonte originale?

(E.B.) «La casa è nata con l’intento iniziale di pubblicare l’opera omnia di Eric Sams in traduzione italiana, progetto quasi interamente realizzato. Quel grande studioso del Lied tedesco e di Shakespeare amava citare la definizione che Susanne Langer dava della musica: “Un analogon sonoro della vita emotiva”. Sams lo applicava soprattutto al momento d’incontro quasi “molecolare” tra parola e musica, per lui un gioco di parole era l’analogon di una modulazione enarmonica. Del resto, Sams era stato un crittografo nel famoso gruppo di lavoro di Alan Turing a Bletchley, Park. Era capace di decodificare istantaneamente musica, poesia e il loro composto. Partendo da questo presupposto, forte di una conoscenza musicale e letteraria praticamente senza limiti, Sams ha scritto i tre volumi monografici sul Lied (Schumann, Brahms, Wolf, nda) forse più necessari e illuminanti. Uno dei prossimi progetti, già in corso d’opera è la traduzione degli scritti di Dietrich Fischer-Dieskau, che ebbe il tempo di produrre circa 20 libri, oltre ad aver cambiato la storia del canto.»

Analogon si muove per le strade di un Paese che nella sua gran parte non legge o legge poco. I vostri titoli di e su musicisti e musicologi riguardano un’élite di lettori. Coraggio o incoscienza la vostra?

(E.B.) «Sì, forse una certa incoscienza, ma abbastanza realistica. Non ci possono essere grandi aspettative di mercato quando si pubblicano dieci libri su Hugo Wolf, però è bello sapere che quei libri ci sono. Certo, anche nelle famose nicchie bisogna fare i passi giusti, piccoli ma giusti.»

Dal vostro catalogo si comprende quanto siate sensibili al mondo tedesco. Da cosa o da chi nasce il vostro amore per il Lied e, in generale, la musica di quella terra?

(E.B.) «È una tradizione familiare e noi la portiamo avanti. Mio padre Elio Battaglia è stato il pioniere del Lied in Italia e al Lied tedesco ho dedicato l’intera mia attività di docente, pianista e studioso, e il duo con Valentina ne è stato il coronamento. E poi quello è un mondo che ne svela sempre altri, oppure che fornisce sempre nuove possibilità di esplorazione con il mutare del punto di vista. Parole e musica hanno confini sempre variabili e, a seconda del modo in cui le prime sconfinano nella seconda o viceversa, ci sono sempre nuove terre da conquistare.»

Musica e voci. Ma anche poesia, filosofia, antropologia e psicanalisi. Senza farne delle camere impermeabili, ma piuttosto cercando il momento o il motivo d’incontro tra questi mondi. Cosa ci dicono i vari intrecci che avete scoperto?

(Valentina Valente) «Da cosa nasce cosa. Le varie collane del nostro catalogo sono nate per così dire una dall’altra, una perla dopo l’altra: dagli scritti di Sams agli studi di uno dei suoi molti corrispondenti epistolari, lo psicoanalista Eliot Slater con i suoi studi su Schumann, Shakespeare e su compositori e patologie; agli altri libri esistenti su Hugo Wolf, scritto da Frank Walker, di Fischer-Dieskau, di Erik Battaglia sui Lieder giovanili, di Hermann Bahr. Si scopre poi che di quest’ultimo, giornalista e commediografo, non esiste quasi nulla in italiano. Ecco allora la collana Docudrama, dedicata al teatro con documenti, inaugurata proprio con un dramma, Il povero pazzo, e una commedia, Il concerto, di Bahr. L’idea di una collana dedicata a temi di filosofia, psicoanalisi, storia e antropologia (Il Sonno della ragione, nda) è nata proprio dall’interessantissimo saggio di Bahr Antisemitismo, che abbiamo appena pubblicato. Ci sono molti vantaggi nell’essere una casa editrice indipendente: la libertà di non dover rendere conto a nessuno delle nostre scelte editoriali, di poter pubblicare quello che desideriamo nel momento e nei modi che riteniamo opportuni. Inoltre, abbiamo trovato nel nostro cammino collaboratori eccezionali che un po’ ci somigliano, affinità elettive che rendono l’impresa editoriale anche un gioco amorevole e appassionante.»

Qualche anno fa l’incontro con Pascal Quignard, autore dalle scelte esistenziali dure e “molto poco social”, eufemismo che si appoggia su un termine tanto in voga oggi. Come avvenne l’incontro?

(V.V.) «Nel 2014 Angela Peduto, psicoanalista e traduttrice, una delle anime gemelle del team, ci propose Bute, un piccolo libro di Quignard, naturalmente inedito in Italia: ci rendemmo conto che di questo straordinario autore non era più stato tradotto né pubblicato nulla in Italia da anni. Così decidemmo di non fermarci a un solo piccolo libro, ma di dedicargli un’intera collana, che chiamiammo Entelechia. Quignard, che ha sempre preferito le piccole case editrici alle grandi, ci diede da subito incondizionato sostegno, fiducia e amicizia, regalandoci addirittura un inedito, pubblicato da noi in prima assoluta in italiano e non in Francia. Ora nella nostra collana figurano già cinque “piccoli libri” di Quignard, e altri quattro seguiranno entro il 2018, tra cui l’inedito bellissimo romanzo Villa Amalia.

Che persona avete scoperto essere?

(V.V.) «Dopo brevi scambi epistolari che riguardavano perlopiù questioni traduttive, ho conosciuto personalmente Pascal Quignard l’anno scorso a Verona nell’ambito di un Convegno internazionale a lui dedicato, dove l’autore presentò anche un suo spettacolo in teatro e noi presentammo i suoi libri. Conoscerlo è stato come incontrare un vecchio amico, perché lui si presenta così: gentile, generoso, sorridente, semplice e sobrio. Il senso dell’amicizia per Quignard è molto forte, è anche un tema ricorrente nei suoi scritti. E siamo onorati e felici che ci consideri i suoi editori-amici italiani!»

Uno degli aspetti di questo scrittore che mi colpisce è che, nonostante parli di temi molto alti, le sue pagine sono di un’essenzialità narrativa così pura da poter raggiungere e toccare anche un’illetterata signora di una remota favela brasiliana. A lei cosa trasmettono le sue pagine?

(V.V.) «Il primo libro di Quignard che ho letto è stato Villa Amalia: la storia di una donna, una pianista, che a un certo punto della sua vita molla tutto, letteralmente tutto, vende tutto, e sparisce, cambia completamente la sua esistenza. Il prezzo, se è davvero un prezzo: la perdita di ogni ruolo sociale. Questo è un tema ricorrente di Quignard, e non solo nei suoi romanzi: mollare tutto, gli ormeggi, gli incarichi, i lavori, gli studi, i ruoli, una vita infelice o anche felice, e ricominciare daccapo, tuffarsi in un’altra vita sconosciuta. Non è questo un tema affascinante e una tentazione sempre presente in ogni essere umano del pianeta? Il tutto poi espresso in una forma apparentemente semplice. In realtà ogni sua scelta lessicale, sintattica e formale nasconde un complesso e coltissimo pensiero.»

Capitolo vil moneta: qual è il titolo che ha venduto di più in questa prima decade di Analogon?

(V.V.) «Difficile dirlo: a oggi forse Il tema di Clara di Eric Sams, il primo libro che abbiamo pubblicato nel 2007, tuttora molto richiesto, tanto che nel 2010 ne abbiamo fatto una seconda edizione. Tutti i libri di Eric Sams, nelle bellissime traduzioni di Erik, che ne conosce talmente lo stile zeppo di difficili e nascosti giochi linguistici da essere ormai quasi un alter ego di Sams, suo amico e mentore per tanti anni, in realtà sono i nostri best-seller, così come continuano a esserlo nei paesi anglosassoni. Ma anche il Libro dei Lieder. 1111 poesie tradotte off-line di Erik, uscito nel 2014, ha venduto tantissimo; e poi, in ordine, il manuale di canto di Lilli Lehmann, e ovviamente i romanzi di Pascal Quignard.»

E in generale, su quali numeri si attestano le vostre uscite?

(V.V.) «Abbiamo optato prudentemente per una tiratura iniziale ridotta, sulle 300 copie, ma in genere ristampiamo uguali quantità dopo qualche mese. In generale posso dire che le nostre tirature vanno dalle 300 alle 1.500 copie, che sono moltissime per la saggistica.»

Il sistema distributivo italiano e la presenza essenzialmente di “librerie catena” legate ai più celebri marchi editoriali vi penalizza?

(V.V.) «Certamente. Il sistema distributivo librario in Italia è affidato a due o tre grandi agenzie, legate ai grandi marchi editoriali, che hanno costi elevati, diciamo dal 50 al 65% sul prezzo di copertina, impossibili da sostenere per i piccoli editori indipendenti che hanno tirature limitate, nessun sostegno finanziario, che non possono permettersi un’agenzia di promozione, condizione richiesta per essere “accettati” da una agenzia di distribuzione. Finora nessuna regola o coordinamento nella filiera editoriale, una vera giungla di cannibali che impedisce, distrugge il libero mercato, la bibliodiversità; le librerie indipendenti chiudono, gli editori indipendenti, se non sono prudenti, pure. Tuttavia, negli ultimi anni, editori e librerie indipendenti si sono “ribellati” e hanno cominciato a dialogare tra loro, bypassando in un certo senso il problema distribuzione, dando il via a molte iniziative importanti: parlo di fiere dell’editoria indipendente come BookPride a Milano o PisaBookFestival o PiùLibriPiùLiberi a Roma, tanto per citarne alcune; di modi diversi e sostenibili di arrivare in libreria, come GoodBooks, Satellitelibri, Bookletnews ecc.; di associazioni di editori indipendenti come ODEI.»

Quale l’intervento più urgente nel sistema editoriale italiano?

(V.V.) «Più sostegni da parte delle istituzioni e più regole nel sistema distributivo, con un calmiere dei prezzi in linea con quelli europei.»

Lei, Valentina, come cantante ha dato voce ai più grandi compositori di ogni epoca. Chi tocca di più la sua sensibilità?

(V.V.) «I tre magnifici B: Bellini, Brahms e Berg.»

Quale il più ostico?

(V.V.) «Non saprei dirle. Nessuno. Davvero, ma non per immodestia. È che tutti i compositori che scrivono bene, bene per la voce, alla fine sono facili.»

Lei passa da Monteverdi a Philip Glass, da Stradella a Luigi Nono, dimostrando una notevole versatilità. Da un punto di vista essenzialmente vocale, il passaggio dalla musica rinascimentale a quella contemporanea, entrando e uscendo dalle varie stanze barocche, classiche e romantiche, cosa comporta?

(V.V.) «Da un punto di vista essenzialmente vocale per me non dovrebbe cambiare nulla. Lo stile, quello è già nella musica, nello spartito, nella tessitura di un brano, nelle parole se ci sono. Per passare con disinvoltura da un autore a un altro, da un’epoca a un’altra, sono convinta che sia necessario essenzialmente e primariamente conoscere molto bene tutte le possibilità della nostra voce, in un modo profondo che potrei avvicinare alla conoscenza che dà la pratica yoga (respirazione, ritmo, capacità d’imitazione dei suoni, di tutti i suoni), possibilmente iniziando il più presto possibile da bambini. Poi bisogna semplicemente cantare, con gioia, esattamente tutto quello che il compositore ha scritto sullo spartito.»

Ma a casa sua, tra la preparazione di un caffè e una lettura, cosa ascolta?

(V.V.) «Di tutto! Bach, Mozart, Schubert, Springsteen, il violino di Christian Ferras, Ella Fitzgerald, Shostakovich, Leonard Cohen. E Maria Callas e Dietrich Fischer-Dieskau

È stata la prima interprete italiana della Lulu di Alban Berg portata in vari teatri d’opera europei. Un testo impegnativo, non fosse altro per la forte critica contro l’ipocrisia, il bigottismo religioso e la sessuofobia della società borghese di allora. Com’è vestire i panni dello “strumento del male”?

(V.V.) «Come buttarsi da un aereo senza paracadute! Lulu è uno dei ruoli più belli di tutto il repertorio per soprano: incarna, quasi inconsapevolmente, il male o meglio il malessere e le morbosità delle società borghesi, e non solo del tempo di Wedekind e Berg, con una catarsi che si svolge nel corso dei tre atti dell’opera e che si attua con la morte di tutti, degli/le amanti di Lulu e alla fine di Lulu stessa. Una catarsi che è già nel canto di Lulu: parlato e cantato e talvolta gridato, in una tessitura spericolata, in una gamma di emozioni infinita. Per me è stato l’inizio di uno studio sulle possibilità vocali, che continua ancora oggi con la pratica dell’overtone singing.»

Quale il teatro che le ha comunicato più forti emozioni?

(V.V.) «La Philharmonie di Berlino; ero giovanissima, ma consapevole della storia di quel tempio della musica.»

Facciamo che lei tra poco incontri Doctor Who che le regala un viaggio, ma solo uno, nel Tardis per viaggiare dove lei vuole nel Tempo. Da chi si fa portare?

(V.V.) «Così senza pensarci, da Alban Berg.»

Da 8th of May, il blog di Corrado Ori Tanzi